Rasoio

E queste erano le previsioni per domani” è il breve movimento sonoro tra due fermo immagine.

Il primo, precedente, è quello in cui Enzo è seduto alla poltrona da barbiere. Attorno al collo, pelle accapponata per il passaggio della lama fredda del rasoio, ha annodata l’ampia tela a raccogliere i peli tagliati. La luce è gialla e densa, ammassata oltre le fettucce della tenda di plastica trasparente, esercito in assedio di cui penetrano all’interno solo le prime linee, rendendo visibile l’invisibile del pulviscolo nella stanza. Tutto è fermo, dentro e fuori, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti. E forse anche per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Sotto le inutili pale del ventilatore, il nonno di Enzo ha il rasoio in mano e la forbice nel taschino anteriore della camicia che indossa quando lavora, per tagliare i capelli e rasare le barbe. Di fronte a Enzo, una radio economica e impolverata gracchia parole e suoni incomprensibili a un volume minimo, unica colonna sonora della scena immobile, assieme allo sporadico zic zic delle forbici.

E queste erano le previsioni per domani” ha il tempo di uscire dalla radio, e in questo tempo tutto si muove, forse anche più velocemente del dovuto. Il rasoio continua e finisce la sua traiettoria, come un pallonetto morbido che supera il portiere ed entra in rete lisciando appena l’erba del campo. La luce prende a muoversi, scossa dalle fettucce di plastica della tenda a loro volta sospinte dal lento roteare del ventilatore, e le prime linee penetrate all’interno sono scosse da colpi di obice. Il pulviscolo rotea, galassie e sistemi illuminati da un gigantesco sole. Eppure tutto è come restasse fermo, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti, o forse per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Il nonno di Enzo guarda nello specchio, per incrociare in un punto inesistente al suo interno lo sguardo di Enzo. I loro occhi sorridono, per un istante senza parole. Di fronte a Enzo, la radio economica e impolverata torna a gracchiare parole e suoni incomprensibili a un volume minimo. Pian piano i suoni si spengono: del ventilatore, delle fettucce della tenda, niente più zic zic di forbici, e poi via anche il tagliente e denso vorticare del vento di scirocco. E infine la radio, muta.

Il secondo, posteriore, è quello in cui il nonno ha abbandonato il rasoio, ora per terra tra alcune ciocche scure di capelli ancora da spazzare e qualche scaglia di forfora che sembra formaggio grattugiato. Enzo se lo ritrova sulle gambe, suo nonno, riverso con la pancia sulle ginocchia, l’ampia tela a raccoglierne il corpo in mezzo ai peli tagliati. L’attenzione di Enzo, la prima, è per quegli oggetti che lo sorprendono, al contatto: la forbice tra le dita, e sull’avambraccio gli occhiali scivolati dalla fronte del nonno, dove stavano sonnecchianti per ore e giornate intere. Non un respiro, non uno spasmo. Enzo è bloccato con lo sguardo sullo specchio, i capelli tagliati solo in parte: cerca con lo sguardo gli occhi di poco prima e la vita dentro di essi. Ma nello spazio inesistente dentro lo specchio niente rimane, come portato via da un perenne vento di scirocco. Sarebbe bello, si sta ritrovando a pensare, conoscere davvero le previsioni del tempo, come di solito le chiamiamo: del tempo, appunto, e non del clima.

Tendenze

La sposa del 2011 si sposa nel 2011: è questa la grande consapevolezza della tendenza nello stile di tutti i più grandi designer di abiti nuziali di quest’anno.

Protagonista assoluto torna ad essere il bianco. Un bianco molto bianco, perlaceo, pannoso, tra l’ovatta e la nube in un pomeriggio di tarda estate poco prima dell’acquazzone. Un bianco che riprende il suo posto d’onore dopo qualche anno in cui a farla da padrone è stato un bianco meno bianco, impalpabile, burroso, quasi del colore dello strutto prima di essere fritto, foriero di melensi accrocchi che rimandavano alla voluttà della prima notte di nozze a venire.

La sposa di quest’anno è virginea ed eburnea, attorniata da un girotondo di veli, tondeggiante e definita, come una colonna di fumo chiaro dopo una stupefacente esplosione nell’aria tersa invernale.

La gioia sta tutta nei dettagli, nei particolari, nel tripudio delle nuove idee sulle acconciature, petali di rosa appuntati senza il freddo algido dei metalli, bensì attraverso la presenza viva e pulsante di larvette, bianche anch’esse.

Bianchi saranno anche i guanti, in velluto pesante, foderati in gatto, morbidi ricordi di fusa e dignitoso calore.

La scarpa della sposa del 2011 è realizzata nel 1999: i gentili piedi della donna-che-sa-perfettamente-cosa-vuole restano intrappolati – nello stile orientale dei giapponesi – dentro minimi abbracci di cuoio bianco per più di un decennio, così da presentarsi al momento del fatidico “sì” con delle estremità che riempiranno solo i tacchi, lasciando indietro la retrograda idea di “scarpa” come finora pensata.

La sposa di quest’anno però è come sempre da ricercarsi nell’accuratezza degli accessori.

La ritroviamo nelle pochette di “Armali” e nella sua nuovissima concezione: un animale vivo in cui inserire il minimo indispensabile per ogni donna degna di tale nome! Ecco quindi il porcellino d’india con i suoi simpatici gridolini ad accompagnare tutta la cerimonia, perfetto per avere un rossetto sempre a portata di mano. Oppure il furetto, la cui forma oblunga più si adatta a portare con sé un piccolo portamonete e un telefonino. Per chi gradisse invece qualcosa di più capiente e meno aggressivo, “Armali” ha firmato dei marsupiali di piccola stazza.

“Ipodent” è l’accessorio definitivo per il matrimonio del 2011, e stavolta è pensato anche per lui. Un pratico sorriso finto, pieno e luccicante, da esibire nel corso di tutta la giornata. Sarà così possibile dispensare il massimo della gioia, e nel pieno dell’eleganza, anche ai parenti lontani non del tutto graditi durante la cerimonia.

C’ho fame de’ rose e pistole, ao’.

Colonna sonora

C’è stata un’epoca in cui noi si aspettavano gli anni ’90.
Eravamo pieni di fiducia, ci si diceva di guardare al futuro, sembrava che tante cose brutte fossero, ormai, il passato.
Ti veniva voglia di aggirati per il mondo dondolando avanti e indietro la testa, collo snodato, con una musica altrettanto rotolante nel walk-man: sembrava primavera, insomma.
Anche il buon vecchio Axl non aveva proprio in mente cosa sarebbe diventato e cosa avrebbe prodotto quando il sogno sarebbe finito e il nuovo millennio ci avrebbe riportato tutti coi piedi (e il culo) per terra, ed era ancora fonte di biasimo delle mamme, urletti in qualche modo credibili e bandane che “le vogliamo pure noi”.
Che poi a inizio 90s i Nostri la confusione imminente del Tutto l’avrebbero anche intuita, e distillata – anzi annacquata – in quel calderone non lineare del doppio Use Your Illusion.
Ma intanto era il 1987, e quelle pistole e rose che facevano tanto immaginario El Charro ci piacevano. Così nasceva e viveva Appetite For Destruction, uno di quei dischi che sì, sarebbero serviti alla grande a farti dondolare avanti e indietro la testa. A patto di averlo nel walk-man. Ma anche no: la tracklist micidiale era un insieme di brani che ti entravano in testa e ciao, era fatta. Era il rock n’ roll, baby: becero quanto basta, semplice quanto basta, una bella mistura di tecnica e cazzonaggine (e con le stesse parole si può descrivere e ricordare anche Slash).
Ben prima che un altro cantante biondino rubasse la scena del ‘maledetto’ – e con merito – ad Axl, quando ancora il disco ce lo eravamo comprati in vinile e copiato in cassetta per ascolto da passeggio, ci piaceva pensare di essere fighi ansimando come in Welcome to the jungle (e la giungla era la scuola!), airguitarando gli assoli di It’s so easye di Paradise city, pensando ai nostri amori impossibili con Sweet Child O’mine.
E poi, sì, li rinnegammo, i buoni vecchi Guns n’Roses. Anche tirando fuori dal cilindro operazioni nostalgia tra le più assurde, i Guns li rinnegammo. Poi, dal nulla, molti anni dopo di accorgi che qualcosa torna in mente, un mattino all’improvviso: un riff, una frase e un ritornello, la fine di un brano la pausa l’inizio di un altro. O cazzo, èAppetite! E da dove viene fuori? Semplice: questo era uno di quei dischi che non si sarebbe scordato.

Tracklist

Guns N’Roses – “Appetite for Destruction” (Geffen Records, 1987)

  1. Welcome to the Jungle – 4:34
  2. It’s So Easy – 3:23
  3. Nightrain – 4:29
  4. Out Ta Get Me – 4:24
  5. Mr. Brownstone – 3:49
  6. Paradise City – 6:46
  7. My Michelle – 3:40
  8. Think About You – 3:52
  9. Sweet Child o’ Mine – 5:56
  10. You’re Crazy – 3:17
  11. Anything Goes – 3:26
  12. Rocket Queen – 6:13

Titoli di coda

Il cavallo

Gira la rotonda su sé stessa.

Il cane ci sta un po’ a capire come uscirne. Fosse per lui seguirebbe il cerchio, all’infinito. L’aria è calda, gialla e polverosa. La luce cade dritta sul suolo e s’irradia intorno. Il cane cammina veloce, o corre lento, dipende dal punto di vista. Non ha paura, anche se è infastidito dalle molte auto: dallo stridere delle ruote e dei freni, dai rombi dei motori e dei bassi degli amplificatori, dai cigolii metallici e dagli odori di grassi e oli.

Il cane è pazzo. Non lo sa nessuno eccetto il bambino.

Mezz’ora prima di adesso, più o meno: il cane è accovacciato in un cantuccio all’ombra. Un vecchio pallone di cuoio rotola, lento, verso di lui, fermandosi a pochi centimetri dalla coda. Un bambino, dieci anni circa, capelli e pantaloni corti, arriva a recuperarlo, bloccandosi impietrito una volta scorto il cane. Ma quello torna a chiudere gli occhi. Il bambino si tranquillizza, ci pensa un attimo, si china verso il pallone, e anche verso il cane. Prende il pallone. Accarezza il cane che si gira, pigro, a mostrare lo stomaco. Il bambino sorride, luminoso e felice, e gli gratta la pancia. Il cane ad un tratto, senza alcun motivo apparente, con un guizzo salta sulle zampe e azzanna l’avambraccio del bambino, sbatacchiando collo testa mandibola mascella denti braccio e bambino intero a destra e a sinistra, e poi ancora a destra, più volte. Sapore del sangue nella bocca, urla del bambino nelle orecchie: non è sangue quel che il cane voleva, né le urla, e così lascia la presa e va via. Il bambino resta piangente e urlante per terra, raggomitolato, con il braccio attaccato al corpo: ma a brandelli.

Il cane è pazzo ma ha pensato saggiamente che è meglio andare via.

Adesso è nella strada grande che costeggia il mare. Caracolla sotto i portici. In quei palazzi, uffici: a quest’ora non c’è nessuno. Le uniche forme di vita sono le automobili, con il loro sibilante passare. Il cane corricchia e sobbalza, lingua penzoloni, orecchie traballanti, coda ondulante. Sembra segua una qualche musica da discoteca. Lui, il cane, è marrone e nero: non s’aspetta giudizi positivi sul valore estetico del proprio manto.

Forse si distrae, o forse è solo perché a tratti una linea di pazzia sembra prendere il sopravvento, ma scarta all’improvviso alla sua destra, immettendosi nel traffico che, in quel tratto di strada, va in direzione contraria rispetto alla sua. Però è sulle strisce pedonali. Una Vespa frena, si piega, poi accelera, e lo supera, mentre il conducente si volta a guardare cosa gli si era parato davanti. Una Punto, bianca e sporca, inchioda: col caldo i copertoni si avvinghiano all’asfalto e sembrano squagliarsi su di esso per una maggiore presa, come le ruote nei cartoni animati. Il cane frena e inchioda pure, ma la sua testa sbatte contro il paraurti dell’auto in frenata. Il cane effettua una specie di capriola, si ridesta, torna indietro, aumenta l’andatura rimettendosi sotto i portici. L’autista della Punto impreca: attraverso l’aria rovente il suono delle parole rallenta, si vaporizza e poi diventa liquido, e cade per terra.

Il cane svolta l’angolo, entra in una strada senza uscita. Intravede qualcosa sul fondo, lo raggiunge: è un cavallo. Intero, adulto, lucido e gonfio. E’ un cavallo morto, gli occhi spalancati, la testa poggiata a terra, la lingua violacea tra i larghi denti.

Titoli di coda

L’attesa

 

Hamatochtmalar è l’Unico dio.

Davvero. Mi spiace per tutte le convinzioni degli uomini di ogni era, ma lui è l’Unico dio.

Ed io, adesso che sono morto, l’ho visto. Sono qui con lui, lo osservo e prendo appunti.

Mi si potrebbe dire che è inutile prenderne, per chi mai prendo appunti ora che sono morto: ed io risponderei che: anche in vita, a cosa servirà mai prendere appunti, scrivere o anche parlare?

Ma torniamo all’Unico dio.

E’ ossessivo-compulsivo, Hamatochtmalar: alla fine dei giorni deve accumulare tutto quello che c’è nell’universo in enormi mucchi. Per giudicare, anche. Giudicare le cose, oltre che le persone.

Mi diverte molto, per adesso, in questi lunghi momenti che potremmo definire di preparazione al Giudizio Universale, studiare i caratteri peculiari delle religioni di noi uomini.  Perché non tutto è finto, o inventato. Non c’è nessuna idea tanto lontana dal vero o tanto sbagliata: c’è del giusto dappertutto, tra le mille sciocchezze. E’ come se qualcuno si fosse divertito ad instillare una goccia di realtà in ciascuno dei racconti che formano poi il corpus di ogni religione.

Eccolo, Hamatochtmalar.

Si avvicina il giorno del Giudizio, e lui è chiamato a giudicare ogni singolo uomo di ogni singola era.

Ma non solo. Deve anche giudicare tutto il resto. E quindi gli oggetti, ad esempio, di ogni era e luogo.

Anche le cose realizzate dagli uomini, anche quelle deve giudicare: perché nonostante la loro genesi, anch’esse hanno avuto un tempo e anch’esse hanno procurato gioie e dolori. Su scale di valori morali del tutto diverse dagli esseri senzienti, s’intende.

Le scarpe, ad esempio. Hamatochtmalar ha davanti a sé tutte le scarpe mai realizzate. E non esiste solo la Terra, questo viene da sé.

I mucchi in cui vengono impilate le cose, Hamatochtmalar non sopporta di certo che siano cumuli informi. Ogni mucchio è perfettamente ordinato, le cose che lo compongono perfettamente impilate e, ancora prima, spolverate e pulite a dovere: questo perché, come dicevo, non solo Hamatochtmalar ha sulle sue spalle il dovere di gestire il Giudizio Universale, ma anche perché è ossessivo-compulsivo. Maniaco dell’ordine e della pulizia.

Attorno a lui si muovono senza sosta, in questi giorni, tutti i suoi aiutanti, degli esseri che camminano e volano e strisciano e sembrano instancabili. Il lavoro fisicamente pesante lo svolgono loro, ma quello di Hamatochtmalar è snervante e lo lascia costantemente svuotato e apatico per ore, visto che suo malgrado, per soddisfare queste sue manie, è costretto a ricontrollare ripetutamente quanto fatto dalla manodopera. E guai per loro, se si dovesse trovare una cosa, anche una cosetta tra mille miliardi di cosette simili, fuori posto o con un granello di polvere sopra.

Ormai siamo a metà dell’opera. E dico siamo non tanto perché io vi sia coinvolto attivamente – mi limito a stare nel gruppo degli umani, sottogruppo maschi, sottogruppo caucasici, sottogruppo terzo millennio, sottogruppo primo secolo – quanto perché qui è tutto un movimento e un vociare, e anche noi veniamo riordinati e lavati e spolverati in continuazione. Anzi: gli esseri viventi sono quelli che danno pensiero continuo, data la loro naturale propensione al muoversi e allo sporcarsi.

Da qui, taccuino alla mano, vedo infinite distese di cose. Un mucchio per ogni cosa.

Mucchio di scarpe. Mucchio di penne. Mucchio di spade. E poi viti, sacchetti di plastica, guantoni da boxe. A destra riesco a intravedere i cumuli di pupazzi di peluche, elmi, troni, palline di vetro, pulsanti e bottoni. Verso sinistra, nonostante proprio in quella direzione vi siano raggruppati tutti i Titani, altre accozzaglie di camice, vetri, pietre, barre di ferro, cuffie stereo, bombe a mano e boccette di ansiolitici.

Alle nostre spalle ci sono i mucchi più interessanti. E’ indicibile tutto ciò che Hamatochtmalar è tenuto a giudicare: non gli basterà l’eternità. Ci sono infatti tutti i rumori e suoni mai esistiti dappertutto e in ogni tempo: i cigolii delle porte, tutti i “do” mai suonati, e i pernacchi e poi i peti, i colpi di tosse e gli starnuti. Per ognuno di essi, un gruppo a parte, s’intende.

Mi hanno detto che ancora più in là, dove il mio sguardo non arriva – e dove io non potrei arrivare, guai in questo momento a spostarsi dall’ordine più che militare -, molto oltre la divisione degli animali, svoltato l’angolo del mucchio delle nuvole e quello delle piogge, sono raccolti cumuli di idee e concetti, pensieri e sogni, miti e racconti. Sarei curioso di vedere sotto che forma apparirebbero ai miei occhi.

Ma non posso soffermarmi su queste elucubrazioni. Hamatochtmalar spunta da dietro una massa di roba, con poche falcate passa nello stretto corridoio tra il mio gruppo e quello dei Urtyanzi – sottogruppo maschi femminei, sottogruppo ciclici di far, sottogruppo quarantanovesimo millennio al cubo, sottogruppo era palmifera -, soppesando ancora tra le mani una sorta di spolverino come meditando sulla bontà del suo lavoro. Si accomoda nella sua posizione preferita, una sorta si spirale che si avvolge intorno al Tempo. Uno dei suoi aiutanti gli sussurra qualcosa.

Hamatochtmalar annuisce gravemente. Si appresta a iniziare il suo infinito lavoro.

 

Al Fischio Finale

Tonfi di sedie annunciavano un gol.

Il Palermo aveva segnato, era fuori da ogni dubbio.

Non mi sarebbe servito alcun tipo di abbonamento a trasmissioni sportive.

Ogni volta che si fosse tenuta una partita, le due ragazze del piano di sopra sarebbero sobbalzate sulle loro sedie, e poltrone e divani, esse con tutti gli amici, ed io avrei saputo con precisione che il Palermo aveva in quel momento realizzato una rete.

Un ovattato e sommesso mugugnare, con spostamenti minimi delle sedie, movimenti di disagio, mi diceva invece chiaramente quando a segnare erano gli avversari.

Una serie di tonfi, nei primi dieci minuti. 1 a 0.

Altri tonfi verso la fine del primo tempo. 2 a 0.

Un’ottima stagione, per il Palermo, ad eccezione di qualche debolezza psicologica fuori casa.

A metà del secondo tempo, ovattato e sommesso mugugnare. 2 a 1.

Dopo pochi minuti, un tonfo secco e sordo, meno definito.

Probabilmente a chiusura di partita la reazione era stata più fredda.

3 a 1.

Lessi un po’, mi coricai.

Al mattino, alzatomi, feci colazione.

Poi, prima di uscire, controllai certe cose in Internet. Lanciai un’occhiata veloce ad un sito di sport, e stranamente il risultato riportato a favore del Palermo era di 2 a 1. Feci un rapido controllo anche da altre parti: confermavano il risultato.

Appena fuori casa, faceva freddo quel mattino, c’era Mario.

Abitava al secondo piano, più in alto di me e delle due ragazze appassionate di calcio.

Era arrivato piuttosto forte sul tetto della mia automobile, tanto da piegarlo al centro.

Il freddo della notte aveva in qualche modo uniformato il colore della sua pelle al grigio metallizzato della vettura.

La ragnatela disegnata dal parabrezza rotto, rimasto correttamente nella propria sede, pareva una lapide finemente ricamata.

Mario aveva il collo tanto piegato da aver confinato il mento quasi dentro la cassa toracica.

Il quadro generale era di una certa eleganza.

Restai a guardarlo incuriosito girando più volte, lentamente, attorno a quella scena.

Poi, tirai un sospiro di sollievo: eccolo lì, il mio 3 a 1.

In Onde

Luce.

Non amavo quel faretto sulla mia videocamera. In quell’occasione non avrei potuto farne a meno.

Le stanze erano completamente buie. Io avevo da riprendere quanto accadeva.

Antonio: sui trent’anni, capelli neri e ricci, magro, un’aria di feroce noia negli occhi. A me il compito di seguirlo per tutte le settimane in cui sarebbe stato in gara.

La “gara” era nota un tempo come “Grande Fratello”, almeno qui in Italia.

Una volta era diversa. Oggi non sarebbe stato più possibile concepire un certo numero di persone all’interno della stessa casa, a causa delle note limitazioni sui raggruppamenti e sulle adunate.

I più recenti provvedimenti governativi, dopo una stretta applicata alla quasi totalità delle attività umane, avevano limitato a due il numero delle persone che potevano essere sorprese insieme. La legge divenne valida anche per le famiglie, con gli smembramenti del caso, le cui modalità venivano decise di volta in volta. Capitava di incontrare un padre e un figlio mano nella mano, con il piccolo che chiedeva di sua madre.

Antonio ed io eravamo quindi due, benché egli avesse un maggior peso mediatico e attoriale. Io mi limitavo a riprendere.

Luce, e Antonio alzò gli occhi verso di me, rapido e diafano, come una bestia impaurita sorpresa dai fari di un’automobile. Lo trovai intento ad armeggiare con cavi elettrici, interruttori generali dell’impianto d’illuminazione e altre apparecchiature.

Lanciò uno sguardo furbo e incattivito verso di me, ma in realtà si rivolgeva all’obiettivo della videocamera. Dopo qualche minuto si passò le mani sui vestiti, si ravviò i capelli, e fece per uscire.

Io, ligio, lo seguii.

Oggi tutto finisce”, disse, e io fui preda del consueto dubbio: se stesse parlando con me, con gli spettatori, o non fosse invece intento a tenere un monologo interiore a voce alta.

Oggi ci si libera”, concluse.

Di buon passo ma senza fretta percorse un lungo rettilineo. Annusava l’aria intorno.

Di colpo svoltò in una viuzza più piccola. Automobili non ne passavano. Arrivò alla strada che costeggia il mare.

Rallentò. Afferrò con lo sguardo tutto l’orizzonte, che segnava un mare immenso d’argento, movimentato, non proprio agitato.

Si girò verso di me, ancora quello sguardo nella videocamera. Tornò a fissare l’orizzonte, e riprese a muoversi verso quel punto lontano e inafferrabile.

La sabbia scricchiolava sotto le nostre suole, ora acuta ora grave, e i nostri passi erano accompagnati dalla piccola orchestra di questi suoni e del ritmo del nostro incedere.

Crinch, cronch, cronch cronch, crinch crinch, cronch.

Proprio i nostri passi incontrarono la spuma imbiancata delle onde, lente e allungate tanto che non si sarebbe mai potuto dire “questa è spiaggia” o “questo è mare”.

Io vado, tu fai quello che vuoi”, e stavolta ero certo che Antonio era a me che parlava.

Insieme, accaddero vari eventi.

Io, senza pensarci, presi la mia determinazione a seguire Antonio tra i flutti.

Una vedetta di guardia premette il pulsante che azionava il meccanismo di attivazione della corrente artificiale. Quella avrebbe cominciato a spingere l’acqua del mare, con ogni cosa dentro, verso la sinistra della spiaggia, con forza inaudita.

Sul volto di Antonio si formò un nuovo sguardo, di indomita sconfitta e amara frustrazione.

Le mie gambe e il mio bacino, ormai immersi nell’acqua, ne vennero arpionati, e così furono spinti dall’innaturale corrente. Il resto del mio corpo li seguì, docile.

La vedetta aveva già di certo segnalato i nostri Codici all’Alto Comando.

Antonio si lasciò trasportare dalla corrente come se ogni speranza fosse per sempre perduta.

Io ebbi la prontezza di non farmi sbilanciare, trovando la postura e la forza necessaria per lanciare morbidamente la mia videocamera verso la riva, prima che si bagnasse troppo. Uno di quei gesti inutili che facciamo nella costante illusione che ci sia sempre un “poi”.

Mi lasciai andare pure io all’abbraccio veloce.

Davanti a me scorrevano, in ordine di profondità, sabbia, bastione, case e montagne. Mi chiesi per quanti chilometri funzionasse il crudele dispositivo.

Mi feci forza. Anzi, raccolsi tutta la forza di cui fossi capace, e ancora di più. Dimenando le braccia e le gambe cominciai ad avvicinarmi alla riva. I miei piedi annusarono un sostegno e su quello spinsero ancora di più. Abbracciai la terra ferma.

Antonio, vedendomi vittorioso, scelse anche lui di sfidare la spinta acquatica. Trovò la riva a pochi metri da me.

Mi afferrò la caviglia, si tirò a sedere, sputò dell’acqua. Mi guardò, poi guardò verso l’alta torre della vedetta, poi guardò ancora me. Il suo sguardo mi chiedeva, credo, come mai l’avessi seguito.

“Ora siamo fottuti”, disse dopo qualche minuto. “Niente più casa, né amici. Né cure, né cibo…”.

Conoscevo le nuove norme relative a coloro che venivano giudicati dissidenti, contestatori, autori di atti ritenuti non leciti in genere.

Era la soluzione moderna e nuovissima all’affollamento delle carceri, alle spese relative a processi e mantenimento dei prigionieri, e ancora a tutti i vari ed eventuali costi sociali.

Si trattava di un ottimo controllo sopra ogni azione e parola: l’ultimo, il definitivo. Una volta cancellatoci il Codice, sorta di mescolanza tra impronte digitali, carta d’identità e personale dna, eravamo divenuti inesistenti come fantasmi e intoccabili come lebbrosi. Antonio lasciò passare qualche minuto, poi si voltò verso di me.

Non era per nulla impazzito quando ripeté, guardandomi negli occhi, “né cibo”. Cominciò ad avvicinarsi a me e, visto che entrambi eravamo ancora seduti, sembrò strisciare. Mi mise le mani sulle spalle, e iniziò ad inumidirsi le labbra.

Certo che, in qualche modo, dovremo mangiare, no?”, diceva, lentamente avvicinandosi a me, al volto, al collo: non aveva deciso nemmeno lui.

Incredulo, mi muovevo lentamente. Gli misi una mano sul mento, a trattenerlo. Egli cominciò a divincolarsi, non per liberarsi della mia mano bensì per morderla, per afferrarne coi denti almeno un dito.

La stupida, lenta, incredula e patetica battaglia continuò così per qualche istante. Antonio era ancora distratto dall’appetibilità della mia irraggiungibile mano. Ne approfittai, finalmente consapevole che la lotta era molto seria, e gli serrai la mano libera attorno al collo, e poi pure quella predata, che intanto aveva perduto la sua attenzione.

Si sorprese, e sinceramente non capisco perché: cosa mai si aspettava che facessi, io, povero operatore video finito per caso nelle maglie umide di un inatteso destino. Lo sbatacchiai spalle a terra. Guardai dei sassi lì attorno e poi il suo cranio, e i suoi denti, ma entrambe le opzioni mi sembravano eccessivamente cruente. Lasciò perplesso me stesso per primo, questa tardiva sensibilità.

Guardai allora la spuma movimentata, e poi la sua testa. Gliela sbattei sulla sabbia, tre o quattro volte, ma piano: non volevo ferirlo. Soltanto intontirlo.

Mi issai sulle gambe, ancora piegato in due visto che non osavo lasciargli andare il collo. In un balzo fui dietro le sue spalle. Presi a tirarlo verso l’acqua. Lui mi afferrò i polsi con le mani, non so bene se per dirmi di smetterla o piuttosto per agevolarmi. Eppure io tirandogli il collo sentivo che ne annebbiavo le forze e la coscienza.

Arrivai con lui nell’acqua e, anche se la corrente artificiale non era più in funzione, non osai andare oltre l’altezza giusta affinché sotto il livello vi fossero soltanto il suo naso e la sua bocca. Lo bloccai, e la sabbia bagnata dietro la sua nuca sembrava una ventosa, una terza mano che mi aiutava a trattenerlo.

Prese per un po’ a sbattere i piedi, forti e veloci, poi sempre più piano e lentamente. Tremò un po’, una specie di saluto. Lo sciabordio dell’acqua attorno al suo corpo rendeva il momento solenne.

Io, pavido come prima e come sempre, non seppi premere sul suo collo per rendergli il trapasso più veloce, ma lasciai fare tutto al mare: che era ora poesia, ora nemico, ora alleato, infine, di nuovo, poesia.

Le sue mani erano contratte, affondate nella sabbia, come ultimo appiglio al pianeta. Mi alzai sulla schiena. Piazzai il piede sul dorso della sua mano destra. La rigidità dello spasmo mi aiutò, e con un paio di strattoni e di torsioni gli strappai l’indice. Qualche brandello di pelle testimoniava il mancato uso di strumenti idonei.

Mi avviai a recuperare la videocamera. La trovai tutto sommato in buono stato. Mi ripromisi di ripulirla soprattutto dalla salsedine, quanto prima. Mi mossi verso la strada.

Alla base della torre di vedetta c’era uno dei tanti blocchi di controllo.

Vi risparmio la fatica”, dissi, ormai ansioso di tornare a casa. Quei due giovani militari mi guardarono diffidenti ma curiosi.

Il mio Codice, sicuramente, è appena stato bloccato. Questa – dissi, mostrando il dito del mio sfortunato amico, ignorando i loro sguardi che sembrarono come feriti – è la prova che ho azzerato un dissidente”.

L’istituzione di novelli cacciatori di taglie, che ripulissero la nazione da quanti ormai era come se non esistessero più, non era mai stata ufficiale. Né avvenivano pagamenti per tale attività. Le taglie consistevano in vari livelli di ripulitura della propria fedina penale. L’idea semplice e, come tutte le cose semplici, geniale, funzionava, perché di fatto il massacro avveniva tra tutti quelli a cui veniva cancellato il Codice. Il problema era dunque autorisolutivo.

Il più alto dei due agenti prese il dito che reggevo nella mano, e lo fece con l’ausilio di un fazzoletto. Lo passò allo scanner. Lesse velocemente quanto riportava il monitor. Annuì allo schermo. Annuì di nuovo al suo collega.

Passi qui la sua mano”, mi disse, indicando ancora lo scanner.

Lo feci.

Lesse.

Schiacciò qualche tasto con aria annoiata.

Finse un sorriso.

Bentornato tra noi”.

 

TITOLI DI CODA

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