2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 1.700 times in 2011. If it were a cable car, it would take about 28 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

A tra poco per le riprese


Maggiori e più costanti aggiornamenti a questo indirizzo.

Gli omini dei tre tocchi


Nel 1990/91 una Olanda-Argentina si sarebbe disputata con le seguenti formazioni tipo:

Olanda Argentina
1. Van Breukelen

2. Van Aerle

3 Rijkaard

4. R. Koeman

5. Van Tiggelen

6. Wouters

7. E. Koeman

8. Vanenburg

9. Van Basten

10. Gullit

11. Witschge

1. Goicoechea

2. Lorenzo

3. Sensini

4. Ruggeri

5. Serrizuela

6. Simon

7. Basualdo

8. Batista

9. Burruchaga

10. Maradona

11. Caniggia

Eccole qui.

Capita di ricordare cose del genere, ad andare a scavare nella camera che t’ha ospitato per una trentina d’anni, e in cui hai ovviamente accumulato tutto l’accumulabile.

Capita, soprattutto, se ti imbatti nelle tue amate squadre di Subbuteo, omini usurati da raffiche di tre colpi di falangetta. Tra le tante cose che ricordi è che avevi tempo, e non solo per giocarci. Per andare a cercare tutte le possibili squadre sul pianeta con quei colori sociali (“sì, ho 16 squadre, ma in realtà ne ho quasi 30!”); per catalogare i tuoi pacchettini di giocatorini; per scriverci dietro, con macchina da scrivere!, le formazioni. Come, appunto, quelle di Olanda e Argentina.

Ultimo spiraglio sulla malinconica nostalgia: la Samp che riportai sulla confezione era quella con cui condivisi il campo (letteralmente!) in una vacanza in quel de “Il Ciocco”, Toscana, l’anno seguente (ovvero 1992). Ed era più o meno esattamente: Pagliuca, Lanna, Katanec; Pari, Vierchowod, Pellegrini; Mikhailichenko, Lombardo, Vialli; Mancini, Dossena. Allenatore: Boskov.

Una manciata di liste (assolutamente non esaustiva) in chiusura.

Inter 1990/91: Zenga, Bergomi, Brehme; Battistini, Ferri, Mandorlini; Bianchi, Berti, Klinsmann; Matthäus, Serena.

Bari (?!) 1990/91: Biato, Loseto, Carrera; Cucchi, Brambati, Gerson; Lupo, Di Gennaro, Raducioiu; Maiellaro, Joao Paolo.

Milan 1990/91: Pazzagli, Tassotti, Maldini; Ancelotti, Costacurta, Baresi; Donadoni, Rijkaard, Van Basten; Gullit, Evani. Allenatore: Sacchi.

Si sorvola in questa sede sulla tristissima edizione delle squadre in occasione di, suppongo, Italia 90. Grandi calciatori sulla scatola.

 

 

 

[Mary in June - "Ferirsi" ep] L’invitante profumo del petrolio

La Siberia dei Diaframma l’ascoltavi d’inverno e ti riscaldava: non c’è solo questa similitudine di contrasti, tra quelli e l’ep “Ferirsi” dei Mary in June – che da parte loro parlano di petrolio, mare e altre cose calde ma le cui note e parole rendono invece il cuore glaciale. Forse anche per lo straniamento/smarrimento che le liriche trasmettono, un tuffo tra ambienti cittadini e, ancora di più, periferie industriali in perenne decadimento.

E’ servita un’estate intera per entrarvi dentro, a queste sei tracce: per farsi spazio a spallate tra i muri di chitarre, le melodiche e graffianti linee vocali, per uscire dalle sabbie mobili di tappeti elettronici. E’ servita un’estate intera per restare ancora scossi dalla candida veemenza del fare musica dei Mary in June, per decidersi alla fine a scrivere qualcosa senza sapere, esattamente, cosa, quando tutto quello che serve sta nell’ascolto.

La band romana cerca uno stile proprio, che a tratti fa capolino tra il normale districarsi attraverso ovvie influenze e doverosi richiami. Chissà perché, a me sono venuti in mente spesso i Mogwai (come nelle melodie chitarra-synth de “Il giardino segreto”), oltre che le immediate cose italiane, impossibili da evitare (Afterhours che emergono da qualche ritornello, soprattutto). Ma sono momenti, perché i Mary in June cambiano sempre e subito strada, scarti improvvisi: dal post rock saltano all’electro nel giro di una battuta (“Nel buio”), dalle melodie a parlati rabbiosi dai richiami punk (“All’interno”).

Nonostante sia una band in cerca di una maturità, i romani Mary in June danno corpo insomma ad un Ep che merita di certo almeno un ascolto – fosse anche per non farselo piacere.

“Ferirsi”, assieme a tutte le informazioni necessarie, lo potete ascoltare cliccando qui.

 

Mary in June – “Ferirsi” Ep (Subcava Sonora / Wax Recording Studio, 2011)

01. Olio, benzina e cherosene

02. In fondo al mare

03. Il giardino segreto

04. Color petrolio

05. Nel buio

06. All’interno

voto: 8 / 10

[Babalot - "Non sei più"] Gli scherzi che ti trafiggono

Babalot, che tipo strano.

Se ne esce nel 2003 con “Che succede quando uno muore”, ed è amore: sincero. Perché Babalot è un cantautore di quelli bravi, che prende le parole, le mescola e le mastica, le intinge nei dolori e negli sguardi e negli istanti, le passa in un po’ di indifferenza e di zucchero filato e le restituisce in un modo che poi ti fa dire “ah, dunque è così”. Una sua certa passione (o esigenza?) per il low-fi maschera poi il tutto da giochino per bambini, ed è proprio quando pensi che Babalot faccia per scherzo che ti arriva una qualche frase che ti trafigge l’animo. In questa sua terza prova, “Non sei più”, a un piccolo piano e alla consueta chitarra si affiancano un mucchio di suoni, la maggior parte dei quali sembra uscire (guarda un po’) da strumenti giocattolo, qualcosa che a tratti ricorda alcuni brani di Pascale Comelade.  È fresca, la musica di Babalot, profonda sì ma fresca. Sa di luna park e di videogiochi, come nella base 8bit di “Bisestile”, come nel banjo di “Dante”, come nei suoni electro-onirici di “Gattonero”. Un difetto, grave: dura troppo poco “Non sei più”. Ma è gratuito, assolutamente gratuito (al link http://www.rockit.it/album/15145/babalot-non-sei-piu), e quindi qualche difetto glielo si può perdonare.

Babalot – “Non sei più” (Aiuola Dischi, 2011)

Tracklist:

01. Paperino
02. Bruciare
03. Andiamo al mare
04. Bisestile
05. Dante
06. Gattonero
07. Fioriblu
08. Maggio

voto: 8,5 / 10

[Iotatòla - "Divento viola"] Viola è il nuovo rosa

Cosa fai quando nasci e cresci in un posto desolato? Quando magari sei pure andato altrove e poi hai detto “ora ritorno”? O ti piangi addosso, o provi a tirare fuori la testa e urlare a squarciagola tutta la tua voglia di esserci. In qualunque cosa sia, quell’esserci: esserci. Bene, ovviamente quasi tutti finiscono per piangersi addosso. E allora arriva il turno di qualcuno veramente cazzuto, no?, come – ironia delle metafore genitali – due ragazze cattive che si chiamano Iotatòla, nutrite in un posto desolato chiamato Palermo e che per dire “ci siamo” hanno di recente pubblicato un disco dal titolo “Divento viola”.

Iotatòla è un nome buffo sotto il quale si muovono Serena Ganci e Simona Norato, una realtà atipica e gustosa del panorama musicale palermitano. Dal respiro assolutamente internazionale. E se i nomi sono “rosa”, non c’è niente di gentile o debole nella musica e nelle parole delle due artiste: ma non manca di certo la femminilità. Rudi e dissacranti, ironiche e autoironiche, graffianti e a tratti acide, le Iotatòla spalmano sulle dieci tracce del loro nuovo “Divento viola“, prodotto dalla MaFi Production, liriche intelligenti e ipnotiche, mescolandole a strumenti e arrangiamenti a volte atipici ma decisamente azzeccati. Non sono una scoperta dell’ultima ora, le Iotatòla: ma di certo mostrano in questa prova sulla lunga durata un piglio maturo e sicuro, senza concedere nulla che non sia – almeno all’apparenza – nelle loro corde. Sull’asse chitarra e (parziale) batteria, Serena e Simona ricamano melodie a volte dissonanti e dal sicuro impatto (“Miss Meche“, “Addio“,  “Principe azzurro“), di quelle che ti ritrovi a canticchiare mentre sei intento a lavare i piatti o a guidare la vespa. E il risultato non cambia nel passaggio dagli episodi dal sound più ricco (“Tutta colpa di Barbara Handler“, “Ce n’est pas“), a quelli in cui si incastrano solo voce e piano (“Salvatore“), o ancora a quelli che spaziano dall’electro (“Ho smesso di amarti“, “Giuralo Mario“) al minimale (“Marta con le pantofole“).

Divento viola” è un disco fresco e interessante, pur se a tratti acerbo, risultato e punto di partenza di un luogo e di un modo di far musica che, nella desolazione consueta, invece che piangersi addosso maturano e crescono, nel riuscito tentativo di tirare fuori la testa e urlare a squarciagola tutta la propria voglia di esserci.

Il disco è disponibile anche su iTunes.

Iotatòla – “Divento Viola” (MaFi Production, 2011)

1 – Miss Meche
2 – Tutta colpa di Barbara Handler
3 – Ce n’est pas ça l’amour
4 – Il Principe Azzurro
5 – Salvatore
6 – Divento viola
7 – Addio
8 – Ho smesso di amarti
9 – Giuralo Mario
10 – Marta con le pantofole

voto 8/10

[Waines - "STO"] Ricominciare da tre

 

Ad avvicinare bene l’orecchio ad un motore, uno di quelli di grossa cilindrata necessari per muovere pesanti lamiere attraverso gli infiniti rettilinei americani, si sentirebbero nonostante tutto le note dei Waines. Che saranno anche palermitani, ma la Sicilia ha certi paesaggi e passaggi che odorano di West, e loro lo sanno bene. C’è un’anima di ruvido blues, di solido rock and roll, ma anche una rovente e sabbiosa filigrana stoner, nel loro nuovo disco.

“STO” segue di due anni il precedente “STU” (rispettivamente “tre” e “due” nel linguaggio interno alla band, dove l’”uno” sarebbe l’ep “A controversial earl playing” del 2007). E con quello deve fare i conti: “STU” puntava, con successo, a hit da singolo, a riff e ritornelli che si piantavano nel cervello e non si potevano rimuovere. I Waines non cadono nel tranello del disco della conferma, e confezionano sapientemente un album che cerca più una pastosa continuità tra i brani, una più generale visione della lunga durata, una manciata di brani corposi e dal songwriting maturo. C’è un po’ di Jack White e di country, un po’ di punk e di pop, nelle undici tracce del trio. C’è il The Cave Studio di Daniele Grasso, e poi il mix di Mario McNulty (già al lavoro con David Bowie, Laurie Anderson, Lou Reed, NIN, Anti-Flag, tra gli altri) e ancora il mastering di JJ Golden (Devendra Banhart, Calexico). E il risultato finale è di tutto rispetto: “STO” è una melassa bollente in cui rimanere invischiati.

Dagli episodi più esplosivi (Turn it on, Keep it fast) a quelli più lenti, graffianti e a volte acidi (Time machine, Afrix, Round Glasses), i Waines si muovono con gran disinvoltura tra cambi di ritmo e melodie avvolgenti, che regalano all’ascolto un viaggio mentale fatto di accelerazioni e frenate, di polvere e nubi e sole, di grasso e hamburger. Decidete voi se nelle pianure Made in Usa o se in certi canyon dell’entroterra siciliano.

Waines – “STO” (Audioglobe, 2011)

Tracklist:

01. Turn It On
02. Time Machine
03. Afrix
04. Round Glasses
05. Inner Wiew
06. The Pot
07. Morning Come
08. Birds
09. Harsh Days
10. Keep It Fast
11. 1876™ Reprise

voto 8,5/10

Rasoio

E queste erano le previsioni per domani” è il breve movimento sonoro tra due fermo immagine.

Il primo, precedente, è quello in cui Enzo è seduto alla poltrona da barbiere. Attorno al collo, pelle accapponata per il passaggio della lama fredda del rasoio, ha annodata l’ampia tela a raccogliere i peli tagliati. La luce è gialla e densa, ammassata oltre le fettucce della tenda di plastica trasparente, esercito in assedio di cui penetrano all’interno solo le prime linee, rendendo visibile l’invisibile del pulviscolo nella stanza. Tutto è fermo, dentro e fuori, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti. E forse anche per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Sotto le inutili pale del ventilatore, il nonno di Enzo ha il rasoio in mano e la forbice nel taschino anteriore della camicia che indossa quando lavora, per tagliare i capelli e rasare le barbe. Di fronte a Enzo, una radio economica e impolverata gracchia parole e suoni incomprensibili a un volume minimo, unica colonna sonora della scena immobile, assieme allo sporadico zic zic delle forbici.

E queste erano le previsioni per domani” ha il tempo di uscire dalla radio, e in questo tempo tutto si muove, forse anche più velocemente del dovuto. Il rasoio continua e finisce la sua traiettoria, come un pallonetto morbido che supera il portiere ed entra in rete lisciando appena l’erba del campo. La luce prende a muoversi, scossa dalle fettucce di plastica della tenda a loro volta sospinte dal lento roteare del ventilatore, e le prime linee penetrate all’interno sono scosse da colpi di obice. Il pulviscolo rotea, galassie e sistemi illuminati da un gigantesco sole. Eppure tutto è come restasse fermo, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti, o forse per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Il nonno di Enzo guarda nello specchio, per incrociare in un punto inesistente al suo interno lo sguardo di Enzo. I loro occhi sorridono, per un istante senza parole. Di fronte a Enzo, la radio economica e impolverata torna a gracchiare parole e suoni incomprensibili a un volume minimo. Pian piano i suoni si spengono: del ventilatore, delle fettucce della tenda, niente più zic zic di forbici, e poi via anche il tagliente e denso vorticare del vento di scirocco. E infine la radio, muta.

Il secondo, posteriore, è quello in cui il nonno ha abbandonato il rasoio, ora per terra tra alcune ciocche scure di capelli ancora da spazzare e qualche scaglia di forfora che sembra formaggio grattugiato. Enzo se lo ritrova sulle gambe, suo nonno, riverso con la pancia sulle ginocchia, l’ampia tela a raccoglierne il corpo in mezzo ai peli tagliati. L’attenzione di Enzo, la prima, è per quegli oggetti che lo sorprendono, al contatto: la forbice tra le dita, e sull’avambraccio gli occhiali scivolati dalla fronte del nonno, dove stavano sonnecchianti per ore e giornate intere. Non un respiro, non uno spasmo. Enzo è bloccato con lo sguardo sullo specchio, i capelli tagliati solo in parte: cerca con lo sguardo gli occhi di poco prima e la vita dentro di essi. Ma nello spazio inesistente dentro lo specchio niente rimane, come portato via da un perenne vento di scirocco. Sarebbe bello, si sta ritrovando a pensare, conoscere davvero le previsioni del tempo, come di solito le chiamiamo: del tempo, appunto, e non del clima.

Tendenze

La sposa del 2011 si sposa nel 2011: è questa la grande consapevolezza della tendenza nello stile di tutti i più grandi designer di abiti nuziali di quest’anno.

Protagonista assoluto torna ad essere il bianco. Un bianco molto bianco, perlaceo, pannoso, tra l’ovatta e la nube in un pomeriggio di tarda estate poco prima dell’acquazzone. Un bianco che riprende il suo posto d’onore dopo qualche anno in cui a farla da padrone è stato un bianco meno bianco, impalpabile, burroso, quasi del colore dello strutto prima di essere fritto, foriero di melensi accrocchi che rimandavano alla voluttà della prima notte di nozze a venire.

La sposa di quest’anno è virginea ed eburnea, attorniata da un girotondo di veli, tondeggiante e definita, come una colonna di fumo chiaro dopo una stupefacente esplosione nell’aria tersa invernale.

La gioia sta tutta nei dettagli, nei particolari, nel tripudio delle nuove idee sulle acconciature, petali di rosa appuntati senza il freddo algido dei metalli, bensì attraverso la presenza viva e pulsante di larvette, bianche anch’esse.

Bianchi saranno anche i guanti, in velluto pesante, foderati in gatto, morbidi ricordi di fusa e dignitoso calore.

La scarpa della sposa del 2011 è realizzata nel 1999: i gentili piedi della donna-che-sa-perfettamente-cosa-vuole restano intrappolati – nello stile orientale dei giapponesi – dentro minimi abbracci di cuoio bianco per più di un decennio, così da presentarsi al momento del fatidico “sì” con delle estremità che riempiranno solo i tacchi, lasciando indietro la retrograda idea di “scarpa” come finora pensata.

La sposa di quest’anno però è come sempre da ricercarsi nell’accuratezza degli accessori.

La ritroviamo nelle pochette di “Armali” e nella sua nuovissima concezione: un animale vivo in cui inserire il minimo indispensabile per ogni donna degna di tale nome! Ecco quindi il porcellino d’india con i suoi simpatici gridolini ad accompagnare tutta la cerimonia, perfetto per avere un rossetto sempre a portata di mano. Oppure il furetto, la cui forma oblunga più si adatta a portare con sé un piccolo portamonete e un telefonino. Per chi gradisse invece qualcosa di più capiente e meno aggressivo, “Armali” ha firmato dei marsupiali di piccola stazza.

“Ipodent” è l’accessorio definitivo per il matrimonio del 2011, e stavolta è pensato anche per lui. Un pratico sorriso finto, pieno e luccicante, da esibire nel corso di tutta la giornata. Sarà così possibile dispensare il massimo della gioia, e nel pieno dell’eleganza, anche ai parenti lontani non del tutto graditi durante la cerimonia.

C’ho fame de’ rose e pistole, ao’.

Colonna sonora

C’è stata un’epoca in cui noi si aspettavano gli anni ’90.
Eravamo pieni di fiducia, ci si diceva di guardare al futuro, sembrava che tante cose brutte fossero, ormai, il passato.
Ti veniva voglia di aggirati per il mondo dondolando avanti e indietro la testa, collo snodato, con una musica altrettanto rotolante nel walk-man: sembrava primavera, insomma.
Anche il buon vecchio Axl non aveva proprio in mente cosa sarebbe diventato e cosa avrebbe prodotto quando il sogno sarebbe finito e il nuovo millennio ci avrebbe riportato tutti coi piedi (e il culo) per terra, ed era ancora fonte di biasimo delle mamme, urletti in qualche modo credibili e bandane che “le vogliamo pure noi”.
Che poi a inizio 90s i Nostri la confusione imminente del Tutto l’avrebbero anche intuita, e distillata – anzi annacquata – in quel calderone non lineare del doppio Use Your Illusion.
Ma intanto era il 1987, e quelle pistole e rose che facevano tanto immaginario El Charro ci piacevano. Così nasceva e viveva Appetite For Destruction, uno di quei dischi che sì, sarebbero serviti alla grande a farti dondolare avanti e indietro la testa. A patto di averlo nel walk-man. Ma anche no: la tracklist micidiale era un insieme di brani che ti entravano in testa e ciao, era fatta. Era il rock n’ roll, baby: becero quanto basta, semplice quanto basta, una bella mistura di tecnica e cazzonaggine (e con le stesse parole si può descrivere e ricordare anche Slash).
Ben prima che un altro cantante biondino rubasse la scena del ‘maledetto’ – e con merito – ad Axl, quando ancora il disco ce lo eravamo comprati in vinile e copiato in cassetta per ascolto da passeggio, ci piaceva pensare di essere fighi ansimando come in Welcome to the jungle (e la giungla era la scuola!), airguitarando gli assoli di It’s so easye di Paradise city, pensando ai nostri amori impossibili con Sweet Child O’mine.
E poi, sì, li rinnegammo, i buoni vecchi Guns n’Roses. Anche tirando fuori dal cilindro operazioni nostalgia tra le più assurde, i Guns li rinnegammo. Poi, dal nulla, molti anni dopo di accorgi che qualcosa torna in mente, un mattino all’improvviso: un riff, una frase e un ritornello, la fine di un brano la pausa l’inizio di un altro. O cazzo, èAppetite! E da dove viene fuori? Semplice: questo era uno di quei dischi che non si sarebbe scordato.

Tracklist

Guns N’Roses – “Appetite for Destruction” (Geffen Records, 1987)

  1. Welcome to the Jungle – 4:34
  2. It’s So Easy – 3:23
  3. Nightrain – 4:29
  4. Out Ta Get Me – 4:24
  5. Mr. Brownstone – 3:49
  6. Paradise City – 6:46
  7. My Michelle – 3:40
  8. Think About You – 3:52
  9. Sweet Child o’ Mine – 5:56
  10. You’re Crazy – 3:17
  11. Anything Goes – 3:26
  12. Rocket Queen – 6:13

Titoli di coda

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